Vescovo Edir Macedo | 15 de Luglio de 2015 - 11:01


Tornando al passato

Tornando al passato

Vivi

Una volta accadde qualcosa che lasciò il nostro responsabile molto irritato con Julio. Non ricordo più per quale motivo, ma ricordo del caso del quale feci parte.

Abitavamo nella stessa casa con i miei genitori e il responsabile del paese, di quell’epoca.
Notai che, in alcuni momenti, il responsabile non ci rivolgeva alcuna parola. Restò in silenzio. Era abbastanza irritato.

Quella situazione mi stava dando fastidio perché non sapevo che cosa stava accadendo o quale potesse essere l’errore che avevamo commesso perché lui ci ignorasse in quel modo.

Bene, ma chi ero io?
Soltanto una moglie di pastore, una serva di Dio. E sapendo che siamo servi, non abbiamo diritto di mettere in discussione nulla, se non obbedire.

Julio mi aveva orientato nel non parlare con nessuno, ma questo mi stava dando fastidio. Vivere nella stessa casa e non parlarsi. Mi sentivo in agonia, la mia anima era tribolata. Non sapevo cosa fare.

Tutte le mattine quando ci svegliavamo, mia madre con quel bel sorriso diceva: “Buon giorno figlia mia!”. Mi baciava e abbracciava.

In quel momento sentii un dolore nell’anima e pensai: “Oh, sono così amata, mi piacerebbe poter contare con mia madre in questa mia agonia, ma non posso”.

I miei occhi si riempirono di lacrime, e quando mia madre guardò nei miei occhi vide, immediatamente, che c’era qualcosa che non andava, e mi domandò: “Cosa ti succede, figlia mia?”
Dissi: “Mamma, per favore non farmi questa domanda, perché non ti posso rispondere”. E lei mi disse: “Parla, figlia mia”. “Io le dissi: “Julio non vuole che io ne parli”. Mentre, appare mio padre e mi dice: “Cosa succede? Vieni qui, dimmi che cosa sta accadendo. Te lo sto ordinando, puoi parlare!”.

Così scoppiai in lacrime e raccontai la situazione che stavamo vivendo con il nostro responsabile. Lui mi ascoltò e mi diede un orientamento.

La domenica sera, Julio riceve una telefonata per presentarsi in sede, poiché il vescovo voleva parlare con noi. Julio mi guardò e mi domandò: “Hai detto qualcosa?”. Risposi: “Si, mi hanno domandato e glie l’ho detto”.

In verità mi sentivo sollevata. Tutto ciò che era di più sacro nella mia vita non era affrontare il problema davanti a tutti, ma, difendere la mia anima che era afflitta. Se non avessi detto nulla, sarei rimasta con quel problema in me e ciò non avrebbe risolto nulla.

Ancora con il cuore che batteva forte per la paura di ciò che poteva accadere, ma andai. Julio, irritato da una parte, ed io, apprensiva dall’altra.

Arrivammo in sede, ci sedemmo ed esponemmo tutto il problema al vescovo responsabile e ai miei genitori. Conversammo e fu tutto risolto. Quel problema morì realmente.

D’allora, compresi che devo risolvere i problemi. E non tenermi nulla che mi lasci confusa, poiché la confusione genera dubbi, paura e insicurezza.

Compresi che devo esporre i problemi che non riesco a risolvere da sola e tentare di risolverli. Sia imparando e rimediando, sia parlando e essendo responsabile delle mie azioni.

Una cosa è certa: non posso restare con nessun peso sul cuore, perché questo non mi salva. Al contrario, mi fa avere malocchi, cattivi pensieri e nutrire perfino pensieri del diavolo.

La cosa più sacra che ho è la mia Salvezza. Non importa la mia posizione (moglie di pastore o vescovo). Devo preservare la mia Salvezza a qualunque costo, perché è lei che mi da pace, una consapevolezza tranquilla e perfino forza per combattere.

Ma quando lei è macchiata, io sono fragile. Ho dubbi, paura, mi sento insicura e il diavolo fa festa calpestandomi e umiliandomi.

È molto meglio essere umili, piuttosto che fuggire o nascondere con orgoglio, e vivere inoltre un tormento dentro se stessi.

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